Luiz Pacheco

Il 25 aprile 1974 cade la dittatura in Portogallo, con una rivoluzione pacifica. In “quella aurora”, il Paese emerse “dalla notte e dal silenzio” dopo 48 anni di dittatura. Quest’anno si festeggiano i primi cinquant’anni di democrazia. Questo è un piccolo omaggio che la Cátedra Antero de Quental (Camões, IP/Università di Pisa) dedica a quella giornata che ha cambiato il volto del Paese.
Sophia de Mello Breyner
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Questo testo è stato scritto originariamente il 30 maggio del 1974 e faceva parte di un diario che Luiz Pacheco aveva cominciato a scrivere nel 1971 e che, a breve, sarà pubblicato dalla Dom Quixote (con il titolo Diário remendado e con trascrizione e postfazione di João Pedro George). Per decisione dello stesso Luiz Pacheco, questo Il mio 25 aprile, alla fine, era stato escluso dall’edizione pubblicata. È perciò nel contesto di una scrittura diaristica, nello scorrere dei giorni e senza grande cura stilistica, che questo documento deve essere letto. Luiz Pacheco viveva allora a Massamá 1 ed era a casa a rivedere le bozze di Pacheco versus Cesariny (Editorial Estampa, 22 maggio 1974). «Improvvisamente mi sono scocciato, non avevo telefono, non avevo televisione, non avevo niente, mi ero scocciato di rivedere bozze e dico “Vado a bermi una birra”. Mi infilai il cappotto sopra il pigiama, un cappotto che mi era stato dato da Alfredo Machado, il terzo marito di Natália Correia. Mentre tornavo dopo aver bevuto la birra il barbiere mi fa “Ehi, signor Pacheco, guardi che c’è la rivoluzione a Lisbona”».

Il mio 25 aprile
La mattina rimango a letto e ne approfitto per annotare sull’agenda il tempo che passa. Ero rimasto tutto il giorno prima in casa a rivedere delle bozze. Il ragazzino è andato a scuola. Decido di uscire per bermi una birra e continuare la revisione. Vicino alla fontana 2, il barbiere spara: «Sentito? Marcelo e Thomaz alla fine sono saltati…» Non capisco subito. Né riesco a credere come sia possibile. Ma lui conferma: la Emissora Nacional non funziona più, solo il Rádio Clube Português trasmette musica e ogni tanto brevi comunicati. Già più convinto, lo invito subito a festeggiare all’osteria della Laurentina che era dove stavo andando. E dopo, ancora dubbioso, vado con lui alla sua bottega a vedere se riesco a sentire qualche comunicato. Musica leggera, niente di marziale. Canzoni popolari portoghesi, poco altro (persino Amália, mi sembra!). Ma pochi minuti dopo un comunicato del Comando delle Forze Armate. In quel momento ho la certezza che è, che dovrebbe essere la replica del golpe di Caldas, ma con un’altra portata. Riferisce che la cittadinanza è accorsa ai negozi, nel tentativo di fare incetta di prodotti, e ordina la chiusura di tutti gli esercizi. Consiglia alla popolazione di rimanere nelle proprie case e alle forze militari e militarizzate di ritirarsi nelle caserme e di non opporre resistenza all’esercito. La cosa è grave. Sembra che non ci siano treni e che oltre Sete Rios non si passi. Ho un po’ di soldi e decido subito di andare a vedere (è stata la cosa migliore che potessi fare: vedere per credere). Scendo di corsa e vado a casa di Fernando Paços, a chiedergli se sa qualcosa. Se lo sa non lo dice. Ma conferma. Lo accompagno alla farmacia di Queluz Ocidental 3 e poi (lui mi consiglia di non andare a Lisbona, tanto non riuscirei a passare – ma io conosco un altro punto per entrare, o uscire, dalla mia città e cammino in fretta. Tante macchine, in fuga discreta?) proseguiamo. A Queluz, vedo già negozi chiusi, altri che chiudono in fretta e un sacco di sciocchi a fare scorte per tutto l’anno… sento che un tale ha comprato cento pagnotte. Gran bella açorda (o affarone) ci avrà fatto. Caffè chiusi. Treni, ci sono. Ne prendo uno per Amadora 4, dopo proseguo a piedi. Nel Bairro do Bosque (sempre intenso il movimento di macchine in uscita) riesco ancora a farmi un bicchiere. Non ci sono giornali. Volti, dietro le finestre chiuse, compaiono tra le tende. Tutto mi dà l’idea di incertezza (ma a Queluz ho visto alcuni soldati che gironzolavano e la cosa mi aveva incuriosito).
Vado a piedi fino alle porte di Benfica e l’ambiente è lo stesso: fila di macchine in fuga, negozi chiusi, donne con sacchetti di plastica pieni, tensione. Prendo un autobus della Carris, da Benfica a Chile e mi viene un po’ da ridere pensando a Paços, che io a Lisbona ci sono già e sono quasi in centro. A Chile, solo un’osteria aperta: bevo un altro bicchiere, sono al verde. Movimento. Un tipo accanto a me compra 8 pacchetti di Português Suave, anche lui sta facendo scorta oppure a fumare così tutti i giorni si prepara rapidamente a un bel cancro ai polmoni. Si vede gente col giornale (A Capital) e scopro che lo stanno vendendo dalle parti dell’Império. Ci vado subito, mi siedo su un gradino e scopro le prime notizie. Molto bene! Decido di andare a casa di Henrique, a vedere se c’è. Nella Carlos Mardel, una signora da un primo piano mi chiede dove vendono i giornali. Glielo dico e le offro il mio. Suo marito, che usciva in quel momento, lo prende e io rimango con soli 30 scudi. Comincio a sentire sete e un certo malessere. Sono a digiuno e ho già camminato un bel po’. Penso di andare da Manaças (António) ma dopo l’ultima volta, dopo la nostra ultima conversazione, non è che mi vada molto. E comunque, le cose importanti probabilmente stanno succedendo nella Baixa. Mi dirigo verso il Montecarlo (chiusissimo) ma riesco a vedere un tipo che bussa alla porta della Mourisca (chiusa anche quella) ed entra. C’è un sacco di gente. Vado, busso, Costa Loiro, dall’interno, sta rivestendo i vetri con la carta, forse per paura di qualche granata. Gli chiedo qualche spicciolo e quello mi manda via. Imbocco la Rua Viriato e vado fino alla caserma di Santa Marta (osterie chiuse lungo tutta la strada). Mi viene da ridere vedendo quelle teste di rapa riunite là dentro, a parlare tra di loro (avranno mica obbedito agli ordini?). Ma proprio lì accanto c’è una trattoria, porta semiaperta, con gente e gran viavai (militari che bevono, un altro che telefona a casa e rassicura la moglie (?), dice che non c’è pericolo). Bevo una Sagres e mangio un panino. E avanzo verso la prima linea, che non so dove sia. Dopo qualche metro si sentono in lontananza spari e raffiche di mitragliatrice. Gente che fugge. Ma dove sarà la sparatoria? Visto che smette subito, continuo a camminare. Finché non incontro, non mi ricordo dove, Almeida Santos e un tizio che è revisore al Diário de Lisboa o al Popular, non mi ricordo più. Ci infiliamo in un taxi che sale per la Calçada do Carmo. Ma la gente ci avvisa subito (ah, nel frattempo, vicino al Tivoli, ero riuscito a comprare un Diário de Notícias, con più informazioni) che la strada è bloccata. La macchina fa marcia indietro e raggiunge (da dove?) il Bairro Alto. Beviamo non so cosa in un’osteria, il revisore se ne va, Almeida Santos se la svigna e io avanzo verso la zona del Carmo. In Rua da Misericórdia molta gente, soldati e un carrarmato di tutto rispetto. Alla finestra della redazione della República Vítor Direito e Afonso Praça (quello mi grida: «Come sei bello oggi!», io avevo addosso quel lurido soprabito che mi aveva dato Artur), sull’altro balcone Álvaro Belo Marques, a cui chiedo: «Come si fa a entrare?», perché la porta delle scale della República è chiusa. «Passa dal retro!». Ci vado ma anche quella è chiusa e poi all’angolo spunta un venditore con l’ultima della República. È un vero e proprio assalto. Così vengo a sapere dei capi (Costa Gomes e Spínola) e l’eccitazione è enorme. Non mi ricordo più molto bene: se ho raggiunto il Rossio, se all’improvviso ho notato un grande corri corri verso il Terreiro do Paço. Senza capire niente di quello che succede, seguo l’onda. Al Terreiro do Paço comincia a piovere. C’è un fuggi fuggi generale e incontro una ragazza che mi conosce molto bene ma non la riconosco subito. È Maria João, l’ingegnera chimica, amica di Henrique, con un altro ragazzo. Ci ripariamo dalla pioggia sotto i portici, poi li convinco ad andare a berci un bicchiere al Terreiro do Trigo (Campo das Cebolas?), non mi ricordo se era aperto o no. Lei ha la macchina a Camões e ci incamminiamo verso quella piazza. Ma lo Chiado è pieno di gente, che vuole assaltare la Pide. Non mi ricordo più se ho sentito degli spari. Ho visto anche qualche (una?) ambulanza, poi praticamente all’entrata della Brasileira un ragazzo o un uomo con la mano piena di sangue (secco?), che era aggrappato a un ragazzo o una ragazza. Cominciano ad arrivare dei fucilieri, altri fuggi fuggi, Maria João e il ragazzo mi perdono di vista. Mi sa che ne ho abbastanza. Prendo un taxi e me ne vado a casa di São. Il resto l’ho visto in TV. È stato bello ed è stato rapido. Finalmente posso morire bello tranquillo.
Traduzione: Eleonora Cecchini, Rachele Manni, Lucia Moretti, Federico Venturini
Coordinamento: Valeria Tocco – Laboratorio traduttivo portoghese e italiano 2023-2024.
30 maggio 1974
Fonte: Associação 25 de Abril